POST CONTEMPORARY CORPORATION - Gerarchia Ordine Disciplina
(Cd, Musica di un Certo Livello/Misty Circles/Old Europa Cafè, 2006)
Gerarchia Ordine Disciplina è il debutto di un collettivo decisamente fuori dagli schemi e allergico alle classificazioni di comodo
Se siete di animo troppo delicato, sensibile e abituati alla vacuità ipocrita dell’80% della produzione italiana (tra cui includo anche parte del mercato indipendente) questo disco potrebbe essere uno strale destinato a spezzarsi contro la muraglia dei vostri pregiudizi o, in caso contrario, ad abbatterla aprendo nuovi orizzonti.
I PCC non conoscono mezzi termini e, che piacciano o no, sono un gruppo che si fa notare senza troppi complimenti.
A partire dall’artwork interno raffigurante un tenero geko di gomma atto a mordicchiare un membro maschile in erezione, per continuare coi titoli dei loro testi - tra cui risalta il prolisso Finitemi con un proiettile di platino (oppure con una supposta al cianuro) - la strategia di impatto adottata dal combo bolognese è quella della provocazione senza se e senza ma, modalità di azione prediletta, come saprete, dalle avanguardie storiche.
Il Cd si apre non a caso nel segno del Manifesto di fondazione del futurismo, Bibbia ispiratrice di Valerio Zekkini, mente ideologica e voce declamatoria del collettivo.
Il registro ironico, tronfio e a tratti lievemente disperato del vate a volte sfiora (volutamente) il parossismo e il grottesco più indicibile, rischiando di dividere la folla e provocando reazioni diametralmente opposte.
Se da una parte riconosciamo con gioia il coraggio e l’originalità di liriche assolutamente sprezzanti l’ovvietà e dal sapore forte (quasi indigesto in certi casi) – “Toccami che sono malato, così ti infetto […] e non sentirai più questo desiderio impellente di farti la blefaroplastica” (da Apri la porticina e lasciami passare); “ci tocca di vedere uomini comuni che non vedono l’ora di vendere le loro anime ricolme de mierda a untuosi predicatori televisivi”(Mondo fluttuante) – dall’altra le orazioni di Zekkini potrebbero essere percepite talmente insopportabili da istigare ad un uso violento e improprio dell’oggetto Cd.
In ogni caso, i PCC un ascolto lo meritano eccome.
Perché non parlano d’amore, non parlano di politica e non parlano di problemi esistenzial-social-giovanili. Piuttosto guardano in modo molto personale al declino dell’occidente, alla sua caduta verso la miseria morale più atroce, caduta di cui Zekkini è il cantore assoluto, in una pantomima tragicomica celebrata al ritmo delle pulsazioni electro/industrial imbastite da Luca Oleastri e dal prode Roberto Passuti, delle chitarre psycho-dark gestite dall’ex Disciplinatha Dario Parisini e da Giulio Sangirardi, già nei Votiva Lux.
Un debutto che cade come un fulmine a ciel sereno e che potrebbe provocare parecchi incendi. Da non sottovalutare.
7,5/10
Rockshock
Se siete di animo troppo delicato, sensibile e abituati alla vacuità ipocrita dell’80% della produzione italiana (tra cui includo anche parte del mercato indipendente) questo disco potrebbe essere uno strale destinato a spezzarsi contro la muraglia dei vostri pregiudizi o, in caso contrario, ad abbatterla aprendo nuovi orizzonti.
I PCC non conoscono mezzi termini e, che piacciano o no, sono un gruppo che si fa notare senza troppi complimenti.
A partire dall’artwork interno raffigurante un tenero geko di gomma atto a mordicchiare un membro maschile in erezione, per continuare coi titoli dei loro testi - tra cui risalta il prolisso Finitemi con un proiettile di platino (oppure con una supposta al cianuro) - la strategia di impatto adottata dal combo bolognese è quella della provocazione senza se e senza ma, modalità di azione prediletta, come saprete, dalle avanguardie storiche.
Il Cd si apre non a caso nel segno del Manifesto di fondazione del futurismo, Bibbia ispiratrice di Valerio Zekkini, mente ideologica e voce declamatoria del collettivo.
Il registro ironico, tronfio e a tratti lievemente disperato del vate a volte sfiora (volutamente) il parossismo e il grottesco più indicibile, rischiando di dividere la folla e provocando reazioni diametralmente opposte.
Se da una parte riconosciamo con gioia il coraggio e l’originalità di liriche assolutamente sprezzanti l’ovvietà e dal sapore forte (quasi indigesto in certi casi) – “Toccami che sono malato, così ti infetto […] e non sentirai più questo desiderio impellente di farti la blefaroplastica” (da Apri la porticina e lasciami passare); “ci tocca di vedere uomini comuni che non vedono l’ora di vendere le loro anime ricolme de mierda a untuosi predicatori televisivi”(Mondo fluttuante) – dall’altra le orazioni di Zekkini potrebbero essere percepite talmente insopportabili da istigare ad un uso violento e improprio dell’oggetto Cd.
In ogni caso, i PCC un ascolto lo meritano eccome.
Perché non parlano d’amore, non parlano di politica e non parlano di problemi esistenzial-social-giovanili. Piuttosto guardano in modo molto personale al declino dell’occidente, alla sua caduta verso la miseria morale più atroce, caduta di cui Zekkini è il cantore assoluto, in una pantomima tragicomica celebrata al ritmo delle pulsazioni electro/industrial imbastite da Luca Oleastri e dal prode Roberto Passuti, delle chitarre psycho-dark gestite dall’ex Disciplinatha Dario Parisini e da Giulio Sangirardi, già nei Votiva Lux.
Un debutto che cade come un fulmine a ciel sereno e che potrebbe provocare parecchi incendi. Da non sottovalutare.
7,5/10
Rockshock
